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«È ris­a­puto che l’utilizzo della tec­nolo­gia dei LED (acron­imo dell’inglese Light-​emitting diodes, diodi ad emis­sione di luce) si sta dif­fondendo sem­pre più nel campo dell’illuminazione di ambi­enti, sia esterni che interni, per via delle carat­ter­is­tiche di ele­vata effi­cienza lumi­nosa, data dal rap­porto tra il flusso lumi­noso emesso dalla sor­gente LED e la potenza assor­bita. La luce è radi­azione elet­tro­mag­net­ica, vis­i­bile dall’occhio umano, di lunghezza d’onda com­presa tra un min­imo di circa 360 – 400 nm ed un mas­simo di circa 760 – 830 nm, in grado di indurre effetti bio­logici sugli organi del corpo umano esposti, cioè la cute e gli occhi. Alcuni di questi effetti bio­logici pos­sono essere ben­efici, o comunque essen­ziali per l’organismo (è il caso del fenom­eno della visione), men­tre altri effetti pos­sono tradursi in con­dizioni di danno per la salute in fun­zione di diversi para­metri, tra i quali le lunghezze d’onda in gioco, l’intensità della radi­azione inci­dente sul corpo, la durata dell’esposizione. A dif­ferenza del caso delle lam­pade emit­tenti radi­azione UV per l’abbronzatura arti­fi­ciale, clas­sifi­cate dalla IARC come can­cero­gene per l’uomo (in par­ti­co­lare per via dell’osservazione epi­der­mo­log­ica di un aumen­tato ris­chio di melanoma cuta­neo maligno in chi ne ha com­in­ci­ato l’utilizzo prima dei 30 anni di età), la luce emessa dalle lam­pade per l’illuminazione di ambi­enti non pre­senta gen­eral­mente prob­lemi san­i­tari per quanto riguarda la cute: la radi­azione vis­i­bile, com­posta da lunghezze d’onda mag­giori di quelle che com­pon­gono la radi­azione ultra­vi­o­letta, può infatti dare luogo ad effetti di danno a carico della cute essen­zial­mente di tipo ter­mico, per val­ori di irra­di­anza (potenza inci­dente per unità di area) estrema­mente ele­vati, molto supe­ri­ori a quelli con­nessi all’esposizione alla radi­azione lumi­nosa emessa dalle lam­pade per l’illuminazione arti­fi­ciale. Un’eccezione può tut­tavia essere cos­ti­tuita dalle reazioni cuta­nee da foto­sen­si­bi­liz­zazione, gen­eral­mente dovute alla radi­azione ultra­vi­o­letta, che in alcuni casi pos­sono essere prodotte anche dalla radi­azione vis­i­bile in pazi­enti che assumono par­ti­co­lari far­maci, detti appunto foto­sen­si­bi­liz­zanti. Gli effetti san­i­tari con­nessi all’esposizione alla luce emessa da tali lam­pade sono dunque prin­ci­pal­mente a carico dell’occhio nelle sue diverse strut­ture (prin­ci­pal­mente la cornea, il cristallino e la retina). Di par­ti­co­lare impor­tanza sono i danni alla retina, sulla quale la luce viene focal­iz­zata dall’apparato diot­trico dell’occhio (cornea, umor acqueo, cristallino, corpo vit­reo), aumen­tando di diversi ordini di grandezza la potenza per unità di area rispetto a quella inci­dente a liv­ello della cornea, con la pos­si­bile induzione di danni dovuti a mec­ca­n­ismi di tipo ter­mico o fotochim­ico a sec­onda della par­ti­co­lare com­po­sizione spet­trale (cioè quali lunghezze d’onda com­pon­gono il fas­cio lumi­noso) della luce: nel caso del danno retinico di natura fotochim­ica si parla comune­mente di “danno da luce blu” in quanto indotto preva­len­te­mente dalla radi­azione vis­i­bile di col­ore blu-​violetto (lunghezze d’onda com­p­rese tra circa 380 e 490 nm con mas­sima effi­ca­cia a 440 nm. La neces­sità di un adeguato com­fort visivo stret­ta­mente con­nessa alle final­ità di illu­mi­nazione di ambi­enti, fa sì che le lam­pade dep­u­tate a questo scopo hanno gen­eral­mente inten­sità lim­i­tate, ponendo quindi dif­fi­cil­mente prob­lemi di natura san­i­taria. Tut­tavia, rispetto ad altre tipolo­gie di lam­pade, quali le lam­pade ad incan­descenza o altre sor­genti di impiego più recente come le lam­pade alo­gene e le lam­pade com­patte a flu­o­rescenza (anche dette “a basso con­sumo”), le lam­pade a LED pre­sen­tano alcune carat­ter­is­tiche par­ti­co­lari dal punto di vista dei pos­si­bili rischi per la salute. Esse sono infatti caratterizzate:

1) da un’elevata radi­anza (una misura della “bril­lantezza” della sor­gente) dovuta alle dimen­sioni molto ridotte della super­fi­cie emissiva;

2) da uno spet­tro di lunghezze d’onda forte­mente spostato verso la regione blu dell’intervallo spet­trale del visibile.

L’elevata radi­anza, o più pre­cisa­mente l’elevata lumi­nanza (una grandezza fisica cor­re­lata alla radi­anza che tiene conto delle pro­pri­età delle diverse lunghezze d’onda di sti­mo­lare il fenom­eno della visione), aumenta la prob­a­bil­ità di abbaglia­mento, con­sis­tente in una riduzione della fun­zion­al­ità visiva, che può essere di due tipi: “debil­i­tante” o “fas­tidioso”. Nel caso dell’abbagliamento debil­i­tante, prin­ci­pal­mente con­nesso ad una ecces­siva lumi­nanza della sor­gente, può essere resa istan­ta­nea­mente dif­fi­coltosa la visione degli oggetti. Tale con­dizione è tran­si­to­ria per via del rif­lesso nat­u­rale di avver­sione all’esposizione ad una luce intensa che com­porta la chiusura delle palpe­bre e il movi­mento della testa volto ad allon­tanare l’occhio dal fas­cio di luce incidente.

Trat­tan­dosi di una con­dizione reversibile, questo tipo di abbaglia­mento non rap­p­re­senta di per sé un danno per la salute, ma può impli­care rischi indi­retti per la sicurezza per via della pos­si­bil­ità di incidenti.

L’abbagliamento fas­tidioso, con­nesso all’eccessivo con­trasto tra sor­genti e super­fici riflet­tenti di dif­fer­ente lumi­nosità, pro­duce una sen­sazione sgrade­v­ole pur non dis­tur­bando la visione degli oggetti. Tale con­dizione, se pro­tratta per lunghi peri­odi, può essere causa di stress, dif­fi­coltà di con­cen­trazione, affati­ca­mento visivo.

L’elevata radi­anza, inoltre, asso­ci­ata alle intense com­po­nenti nella regione blu dello spet­tro di emis­sione (non solo per quanto riguarda i LED che emet­tono esclu­si­va­mente luce blu, ma anche nel caso delle lam­pade LED “a luce fredda”), può ren­dere non trascur­abile il ris­chio dei già citati danni alla retina di natura fotochimica.

La Com­mis­sione inter­nazionale per la pro­tezione dalle radi­azioni non ion­iz­zanti (ICNIRP) ha emanato delle linee guida in cui sono stati fis­sati dei lim­iti di espo­sizione per la pre­ven­zione dei rischi per la salute con­nessi alle espo­sizioni alle radi­azioni ottiche, ivi com­presi i danni da luce blu. I lim­iti fis­sati dall’ICNIRP sono stati recepiti nella diret­tiva 2006/​25/​CE del Par­la­mento europeo e del Con­siglio del 5 aprile 2006 sulle pre­scrizioni min­ime di sicurezza e di salute rel­a­tive all’esposizione dei lavo­ra­tori ai rischi derivanti dagli agenti fisici (radi­azioni ottiche arti­fi­ciali), e sono stati di con­seguenza recepiti a liv­ello nazionale nel D. Lgs. 812008 noto come “Testo unico sulla sicurezza sul lavoro”.

Le linee guida dell’ICNIRP sono inoltre alla base della norma tec­nica nazionale CEI EN 62471:2010 (iden­tica alla norma euro­pea EN 62471:2008) “Sicurezza foto­bi­o­log­ica delle lam­pade e dei sis­temi di lam­pada” che prevede metodi di misura e di clas­si­fi­cazione in 4 classi di ris­chio e, anche se non definisce vin­coli speci­fici per la mar­catura, rap­p­re­senta attual­mente lo stato dell’arte in ter­mini di infor­mazioni sulla sicurezza foto­bi­o­log­ica delle lam­pade e dei sis­temi di lam­pade (com­p­rese le lam­pade a LED).

La prob­lem­at­ica speci­fica delle lam­pade LED è stata esam­i­nata da un gruppo di lavoro riu­nito dall’agenzia francese AFS­SET (Agen­zia francese per la sicurezza san­i­taria dell’ambiente e del lavoro) che si è fusa nel luglio 2010 con l’agenzia AFSSA (Agen­zia francese per la sicurezza san­i­taria degli ali­menti), citata nell’interrogazione, per for­mare l’agenzia ANSES (Agen­zia nazionale per la sicurezza san­i­taria dell’alimentazione, dell’ambiente e del lavoro).

Tra i risul­tati ottenuti dal gruppo di lavoro, pub­bli­cati nel rap­porto dell’ANSES “Effets san­i­taires des sys­tèmes d’éclairage util­isant des diodes élec­tro­lu­mi­nes­centes (LED)” dell’ottobre 2010, di par­ti­co­lare inter­esse sono i seguenti punti:

1) Rischi con­nessi ad una lumi­nanza troppo elevata.

Sec­ondo i dati ripor­tati dal gruppo di lavoro, alcuni LED di un solo watt di potenza disponi­bili per l’utilizzo domes­tico danno luogo a lumi­nanze supe­ri­ori a 10 mil­ioni di can­dele al metro quadrato, quando una lumi­nanza di sole 10.000 can­dele al metro quadrato è gen­eral­mente con­sid­er­ata fas­tidiosa. Esiste per­ciò un ris­chio con­creto di abbaglia­mento, con pos­si­bili con­seguenze indi­rette sulla sicurezza degli osser­va­tori. Per questi motivi, sec­ondo il gruppo di lavoro non è accetta­bile la com­mer­cial­iz­zazione di dis­pos­i­tivi a base di LED per l’illuminazione domes­tica che non siano tali da scher­mare la vista diretta degli stessi LED da parte degli utilizzatoti.

2) Rischi con­nessi alla luce blu.

Alcuni mem­bri del gruppo di lavoro hanno effet­tuato presso i pro­pri lab­o­ra­tori delle mis­ure sper­i­men­tali di un certo numero di dis­pos­i­tivi a LED, comune­mente disponi­bili sul mer­cato, al fine di clas­si­fi­carli sec­ondo la già citata norma euro­pea EN 62471:2008 che prevede i seguenti gruppi di ris­chio: gruppo 0 (esente da rischi), gruppo 1 (ris­chio basso), gruppo 2 (ris­chio mod­er­ato), gruppo 3 (ris­chio ele­vato). È risul­tato che alcuni dis­pos­i­tivi LED uti­liz­zati molto comune­mente, anche per l’illuminazione, apparten­gono al gruppo 2 a causa degli ele­vati val­ori di radi­anza pon­der­ata sec­ondo lo spet­tro d’azione del danno da luce blu (grandezza che tiene conto della diversa effi­ca­cia nell’indurre il danno da parte delle varie com­po­nenti spet­trali della luce). Il gruppo di lavoro con­clude: “l’arrivo su mer­cato dei LED per l’illuminazione rap­p­re­senta una svolta senza prece­denti: è la prima volta che delle sor­genti clas­sifi­cate nel gruppo di ris­chio 2 sono acces­si­bili al grande pub­blico, in vista di appli­cazioni domes­tiche e per di più senza indi­cazioni dei rischi”.

3) Indi­vidui della popo­lazione par­ti­co­lar­mente a rischio.

Sono state iden­ti­fi­cate cat­e­gorie di per­sone par­ti­co­lar­mente a ris­chio, o per par­ti­co­lari carat­ter­is­tiche oftalmiche che le ren­dono mag­gior­mente sen­si­bili al danno in quanto par­ti­co­lar­mente esposte. Tra le prime sono stati iden­ti­fi­cati i bam­bini (il cui cristallino, soprat­tutto prima degli 8 anni di età, fil­tra poco la luce blu), le per­sone prive del cristallino nat­u­rale, quelle affette da alcune patolo­gie retiniche e chi assume far­maci foto sen­si­bi­liz­zanti. Par­ti­co­lar­mente esposti sono invece i lavo­ra­tori addetti in par­ti­co­lari set­tori di attiv­ità, quali (senza pretesa di esaus­tiv­ità) gli instal­la­tori di impianti per l’illuminazione, i lavo­ra­tori dell’industria dello spet­ta­colo, gli addetti ai con­trolli di qual­ità in par­ti­co­lari indus­trie, il per­son­ale di sala oper­a­to­ria, gli addetti alla fototer­apia, gli addetti a par­ti­co­lari trat­ta­menti estetici.

L’ANSES ha fatto pro­prie le rac­co­man­dazioni del gruppo di lavoro final­iz­zate alla pro­tezione della popo­lazione, tra le quali:

a) lim­itare la pos­si­bil­ità di met­tere sul mer­cato lam­pade LED ad uso domes­tico, o comunque acces­si­bili alla popo­lazione gen­erale, ai LED apparte­nenti ai gruppi di ris­chio 0 e 1, lim­i­tando l’utilizzo di LED apparte­nenti ai gruppi di ris­chio supe­ri­ori agli usi professionali;

b) i fab­bri­canti dovreb­bero ideare dei sis­temi che non per­me­t­tano la visione diretta del fas­cio lumi­noso emesso dai LED, al fine di evitare i rischi con­nessi all’abbagliamento;

c) pro­teggere in modo speci­fico i bam­bini e le altre cat­e­gorie par­ti­co­lar­mente sen­si­bili al ris­chio, per esem­pio vietando l’utilizzo di sor­genti di luce emit­tenti una forte com­po­nente blu (per esem­pio la lam­pade a “luce fredda”) nei luoghi fre­quen­tati dai bam­bini o nei giocattoli;

d) definire dei mezzi di pro­tezione adeguati per i lavo­ra­tori par­ti­co­lar­mente esposti; e) prevedere un’etichettatura rel­a­tiva alle carat­ter­is­tiche dei LED, in par­ti­co­lare il gruppo di ris­chio, anche ai fini dell’informazione per i consumatori;

f) nel caso di gruppo di ris­chio supe­ri­ore a 0, val­utare una dis­tanza di sicurezza oltre la quale non è pre­sente un ris­chio foto bio­logico, e noti­fi­carla in maniera leg­gi­bile ai consumatori».

Sulla base delle con­sid­er­azioni esposte, il Min­is­tero ritiene che la prob­lem­at­ica emer­gente legata alla dif­fu­sione delle lam­pade LED, in relazione ai pos­si­bili rischi per la salute e la sicurezza delle per­sone, sia ril­e­vante, e per­tanto intende pro­muo­vere un appro­fondi­mento tecnico-​regolatorio affinché in Italia vengano appli­cate rac­co­man­dazioni analoghe a quelle con­tenute nel rap­porto dell’ANSES.

Il Min­istro della salute
FAZIO