Nelle scorse giornate agostane di caldo intenso molte persone hanno ricercato un po' di pace e tranquillità in varie località turistiche. Come tutti mi è capitato di frequentare la spiaggia e tra un bagno rifrescante e la ricerca di un po di ombra, un pisolino sotto i pini marittimi di una pineta adiacente al mare mi sono imbattuto nel classico venditore di cocco ambulante.

 

Premetto che non ho nulla di contrario a tutto ciò ma vista la mia cultura sulla sicurezza alimentare e l’emergenza Covid mi sono chiesto: “ma siamo proprio sicuri di mangiare con leggerezza quel cocco?”.

In questi ultimi anni la grande distribuzione sempre pronta ad offrire al consumatore finale prodotti innovativi relativi alla quarta gamma, sta proponendo sui banconi del fresco refrigerato vicino al banco dell’ortofrutta diverse tipologie di frutta fresca pronta al consumo su vaschette di plastica.

Ora premesso che si dovrebbe diminuire il consumo di plastica, sinceramente mi viene da chiedermi, ma ha senso tutto ciò? Prendere l’anguria o il melone già tagliato?

La norma lo permette e sta al venditore definire la shelf life del prodotto che di solito ho visto essere tra i 3 e 4 giorni con la confezione chiusa e conservata correttamente rispettando la catena del freddo.

Osservando tra questi prodotti ecco spuntare anche il cocco, esaminando l’etichetta vengono riportate diverse informazioni e per quanto riguarda la data di scadenza, si parla di 4 giorni dalla data di produzione.

Bene, a questo punto il venditore di cocco ambulante come può garantire questa scadenza?

Ma soprattutto dove lavora e prepara quel cocco?

E concludo con leggerezza, basta quel secchio d’acqua che porta con se adeguatamente cambiato magari ogni ora per fronteggiare il Covid-19 ?

La riflessione è iniziata, alla prossima puntata.

Andrea Mantoan

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